giovedì 17 agosto 2017

Zagor Collezione Storica a Colori: Il ranch assediato (ZCSC202)

 


Il duecentoduesimo numero in edicola oggi contiene la conclusione dell’avventura di Zagor sull’Huron Lake, nonché la prima parte della storia “Il morso del serpente”.


ALLA RICERCA DI ZAGOR

Nell’indagare per conto dell’esercito su una serie di furti ai vettovagliamenti destinati ai pellerossa sul lago Huron, lo Spirito con la Scure si imbarca sul battello dell’agente indiano Looney insieme ai suoi aiutanti: Hubbard, Valdez e Schneider.
Zagor non sa che proprio questi tre sono i responsabili dei furti e viene colto impreparato quando cercano di ucciderlo durante una tempesta; nella colluttazione Zagor e Schneider cadono in acqua.
Lo Spirito con la Scure viene gettato dalla tempesta su una riva sconosciuta e disabitata del lago e, dopo aver urtato contro uno scoglio, è a malapena in grado di camminare. Hubbard e Valdez, invece, tornano dall’agente indiano e da Cico e li informano che Zagor e Schneider sono morti annegati. Cico, tuttavia, continua a sperare che l’amico sia vivo e convince Looney ad andare alla sua ricerca…
Zagor, infatti, senza aiuto e senza riparo, in un territorio gelido e selvaggio, mentre la neve comincia a cadere e si trasforma in tormenta, per sette, lunghi giorni lotta per sopravvivere al freddo, ai pericoli della natura e a Schneider (anch’egli sopravvissuto) che lo cerca per ucciderlo.
Finché il settimo giorno il battello dell’agente indiano, con a Bordo Looney, Cico e i due malfattori, Hubbard e Valdez, avvista il falò di segnalazione acceso da Zagor.
Nel frattempo il nostro eroe è riuscito finalmente a sbarazzarsi di Schneider ma si trova a dover regolare i conti anche con gli altri due, sbarcati prima di Looney e Cico con la scusa di andare in avanscoperta, ma intenzionati a togliere di mezzo l’unico testimone delle loro ruberie
 Nonostante le difficoltà, Zagor li uccide entrambi e viene infine soccorso dagli amici, ai quali racconterà le sue traversie durante il viaggio di ritorno.

Questa avventura è la chiara dimostrazione che, anche con un numero ridotto di pagine, una trama semplice ma a suo modo originale e una sceneggiatura brillante, si può realizzare un gioiellino di storia.
Nonostante la mia particolare non-predilezione per le storie cosiddette “realistiche”, devo infetti dire che questa invece mi è piaciuta parecchio!
È una storia “anomala” nella tradizione zagoriana: Zagor è disperso, passa buona parte dell’avventura in solitudine, combattendo contro la natura ed i propri limiti fisici, intere tavole sono prive di dialoghi… Bella, bella, bella!
La storia si apre con una divertente gag di Cico, che - sfortunato come sempre - le prende ancora una volta di santa ragione e incontra una ragazza che mi ha ricordato in tutto e per tutto Molly Malone (guai a quello zagoriano che mi chiedesse chi è…).
Drammatica la sequenza del naufragio;  i cattivi di turno si dimostrano dei veri bastardi fino al midollo; inquietante la scena con i granchi sulla spiaggia; ho davvero provato angoscia per quello scorrere cadenzato del tempo (primo giorno, secondo giorno, etc.), per tutte quelle fatiche e difficoltà, angoscia non tanto per la sorte di Zagor (che sappiamo porta sempre a casa la pelle sana e salva) ma nell’essermi ritrovato più volte ad immaginare idealmente me stesso in una situazione simile.
L’autore e i disegnatori sono riusciti a farmela proprio vivere sulla pelle questa avventura!
Moreno Burattini ci descrive un eroe di fronte alla sua prova del fuoco quasi “definitiva”… E gli Esposito Bros. riescono a riassumere i passaggi emozionali della storia nei primi piani di Zagor: nel volume precedente: sofferenza (pag. 234, vignetta 1), sorpresa (pag. 243, vignetta 6), preoccupazione (pag. 250, vignetta 4), serena determinazione (pag. 251, vignetta 5); nel presente volume: paura (pag. 19, vignetta 1), ineluttabilità (pag. 30, vignetta 3), sgomento (pag. 42, vignetta 1), incredulità (pag. 57, vignetta 5), attesa (pag. 58, vignetta 2) e felicità (pag. 58, vignetta 4).
E poi Cico è davvero un attivo co-protagonista, e i lettori sperano, soffrono e gioiscono con lui per la sorte di Zagor come con un amico di lunga data.
Insomma, Moreno Burattini, dopo Plenilunio, ha subito infilato nella collana zagoriana un’altra magnifica perla.

Lasciamo ora la parola a Moreno Burattini.
Già nel novembre 2009, prima ancora della pubblicazione della storia, a chi gli chiedeva come sarebbe stata la cover di Alla ricerca di Zagor, se Zagor vi sarebbe comparso (presumendosi “disperso”), se il titolo di lavorazione della storia sarebbe cambiato, lo sceneggiatore rispondeva così:

Ogni titolo può essere cambiato, se qualche riflessione successiva porta a suggerire dei miglioramenti o se ci sono delle controindicazioni di cui ci si accorge prima di mandare in stampa un albo.
Per il momento, Alla ricerca di Zagor è il titolo che abbiamo programmato e ci pare sufficientemente intrigante.
Ferri sta disegnandone proprio in queste ore la copertina, di cui abbiamo discusso ieri l’idea. Era particolarmente entusiasta del soggetto che, secondo lui, è perfettamente nelle sue corde (e, direi, si tratta di inedito nella serie).
Ovviamente, Zagor ci sarà. Il fatto che qualcuno lo cerchi disperatamente non implica che noi non lo si veda sulla scena.
La storia è stata disegnata magistralmente dagli Esposito Bros. a cui sono andati anche i complimenti di Ferri che mi ha incaricato di trasmetterli ai fratelli pugliesi (che proprio in queste ore stanno disegnando l’ultima tavola delle 130 previste). Per vostra curiosità, Alla ricerca di Zagor ha battuto altri titoli da me proposti che erano La rupe dell’aquila e Artigli di ghiaccio”.

Quando qualcuno si è lamentato della brevissima sequenza in cui Zagor ricorda il suo approdo sulla riva del lago, ironizzando che se non si fosse mostrato al lettore questo approdo si sarebbe creduto che a riva lo avesse portato l’ippogrifo, Moreno ha giustamente voluto dire la sua:

Ora, che dire? Mi cadono le braccia: la sequenza incriminata non solo è d’azione e molto drammatica e non ci sono ragionamenti da seguire, che si sa sono troppo faticosi, ma è fondamentale per un particolare. Spiega (facendolo vedere, con dei bei disegni, e non con chiacchiere) come Zagor si è fatto male a una gamba, urtandola contro uno scoglio. Senza quella sequenza, non si capirebbe perché lo Spirito con la Scure non riesca a camminare. È una scena assolutamente necessaria, di quelle che se non ci fossero i lettori potrebbero indignarsi dato che i problemi di deambulazione dell’eroe non sarebbero giustificati. Ma siccome c’è un flashback che ricostruisce, pur rapidamente, un evento del passato, in certuni scatta un riflesso condizionato e non c’è pietà.
Perciò, non mi resta che sospirare e farmi una ragione degli "elementi critici che si VOGLIONO andare a trovare"”.

Quando il sottoscritto gli ha domandato se nella figura della ragazza con la cesta di pesci che Cico incontra all’inizio della storia egli avesse voluto rendere un omaggio a Molly Malone, Moreno mi rispondeva:

No, almeno non consciamente, dato che la ragazza non è neppure una pescivendola ma una che ha razziato il pesce altrui. Però è vero che gli Esposito l’hanno fatta molto carina e somigliante alla Molly Malone di Milo Manara”.

Ad un forumista che gli chiedeva se gli Esposito Bros. potevano ormai a pieno titolo considerarsi arruolati nello staff di Zagor, dato che inizialmente vi erano entrati più come guest star in prestito da Martin Mystère, Burattini spiegava:

Gli Esposito sono a mezzo servizio, ma direi che non se ne prevede l'allontanamento, anzi, se fosse per me sarebbero zagoriani al cento per cento, e credo che anche loro non avrebbero niente in contrario, visto che sono entusiasti della loro collaborazione. Fra l’altro, una volta era difficile per Nando e Denisio passare da Martin Mystère allo Spirito con la Scure, cioè disegnavano Zagor più lentamente, non avendolo ancora nelle matite e nei pennelli, ma oggi ormai sono padroni del personaggio. Tra noi c’è molta sintonia, in effetti mi sento spesso con loro, soprattutto con Nando, e commentiamo le nuove pagine, ricevo dei consigli, ne do, facciamo progetti”.

Infine, a queste considerazioni di un forunista: “Zagor nella tempesta di neve e zoppo scappa da Scheneider, ha poche possibilità e fa una cosa quasi vigliacca, fingersi moribondo per bruciare praticamente vivo il nemico, e poi non essere in condizione di salvarlo come è suo solito. Alla lettura sono prima rimasto abbastanza stranito, poi ho giustificato il gesto con il fatto che Zagor era davvero in pericolo di vita, non aveva la situazione sotto controllo come spesso accade. È stato il tuo stesso approccio alla scena?”, Moreno rispondeva:

Non mi pare che Zagor faccia una cosa "quasi vigliacca". Vigliacca è l’intenzione di Schneider di uccidere il nostro eroe nonostante lo creda incapace di difendersi. Zagor non può combattere perché è azzoppato e sofferente, senza fuoco non può sopravvivere, è disarmato. Deve usare un trucco, e lo usa. Peraltro, lo usa soltanto quando Schneider sta per uccidere lui, come extrema ratio. Da notare, che è il suo avversario che lo bracca, dunque che se la cerca. Mi sembra che la capacità di Zagor di trovare la soluzione a una situazione apparentemente senza via d’uscita dimostra la capacità dello Spirito con la Scure di dominare gli eventi, anche se in circostanze drammatiche e messo alle corde. Io ho sceneggiato quella scena convinto di dimostrare l’intelligenza e la lucidità dell’eroe anche in un contesto del genere”.

* * *


SFIDA MORTALE

Frankie “Full” Flanagan, un vecchio amico di Zagor, dopo una vita da cercatore d’oro e da giocatore di poker, ha costruito un ranch, il Six Stars, chiamando cinque amici a lavorare con sé: l’ex battelliere Reginald, l’ex boscaiolo Paddy, l’ex schiavo George, l’indiano Pioggia Rossa e il giovanissimo Stanley. I terreni della fattoria, però, sono circondati da quelli del ricco mister Deamon, proprietario anche di mezzo Green River, il paese più vicino, dove anche lo sceriffo Park è sul suo libro paga. Gli uomini di Deamon, guidati dal perfido Snake, vogliono costringere i cowboy di Flanagan a sloggiare.
Frankie Flanagan viene ucciso a sangue freddo da Snake dopo aver apparentemente trovato dell’oro nel greto di un torrente che attraversa le sue terre. Dell’assassinio viene però incolpata la banda di “Dakota” Dick, un rapinatore che colpisce nella regione.
Giunti a Green River, Zagor e Cico indagano, cercando le tracce dell’omicida, e sul luogo del delitto trovano un dollaro bucato, il segno distintivo di Snake, il pistolero!
A questo punto Zagor rintraccia il bandito “Dakota” Dick, al quale sono attribuite tutte le malefatte della regione: egli, infatti, è stato un ex-allevatore strozzato dai debiti di Deamon e costretto alla macchia con i suoi uomini. Egli è anche l’unico ad avere il coraggio di opporsi al violento possidente e si allea con Zagor.
Intanto, la giovane figlia di Frankie, Francine, si trova in pericolo con i suoi aiutanti, assediata nel suo ranch dagli uomini di Deamon, che vuole definitivamente impossessarsi dei possedimenti dei Flanagan.
Inizia l’assalto, e con esso i primi morti e feriti da entrambe le parti; Deamon scatena anche la carica di una mandria di bovini, sventata da uno stratagemma di Zagor. Tutto sembra perduto quando entra in gioco “Dakota” Dick che riesce a far prigionieri metà degli uomini di Deamon senza colpo ferire.
In un duello finale, Zagor fredda il perfido Snake. Deamon non potrà più dettare legge sulla Green Valley!

V’è da dire che, sicuramente, la prima parte della storia è piacevole! Un bel western vecchia maniera, con Zagor che interviene per portare giustizia là dove non c’è... Il plot utilizzato da Luigi Mignacco mi ha un poco evocato la mitica storia La stella di latta, anche se lo svolgimento poi è decisamente diverso (e i suoi personaggi erano di gran lunga meglio caratterizzati…). Viene inoltre mostrata la particolare abilità di pistolero di Zagor, che ben si presta ad emergere in un episodio di questo genere.
Una delle scene più degne di nota e a mio parere ricche di pathos è quella in cui Zagor e Cico apprendono della morte del loro amico. Si sa che Cico tende sempre a evitare situazioni che lo ficchino nei guai, ma di fronte alla drammaticità della morte è proprio lui a dimostrarsi deciso! A Zagor che gli domanda che cosa ne pensi del fatto di recarsi o meno al ranch dell’amico assassinato, Cico risponde con decisione: “Dico che invece dobbiamo andarci, Zagor!”.
Purtroppo, le buone premesse della prima parte si perdono nella seconda, dove il lettore assiste a diversi avvenimenti che si affastellano l’uno sull’altro e ad un caotico scontro finale in cui un intervento più incisivamente “fattivo” da parte, oltre che dei cittadini, anche del bandito “Dakota”, sarebbe stato di gran lunga preferibile, anziché una conclusione un po’ troppo all’acqua di rose come quella orchestrata dallo sceneggiatore.
Dal punto di vista dei disegni, a mio parere Marcello Mangiantini se la cava egregiamente. È vero, il volto del “suo” Zagor è un po’ troppo giovanile per i canoni consueti, ma in alcune inquadrature riesce a renderlo più “adulto”. Molto ben costruiti gli “interni” delle varie abitazioni (l’ufficio dello sceriffo, il drugstore, la casa di Deamon). Degna di nota è la scena in cui si capisce la ragione della “strana” insegna del ranch (con il 6 capovolto in 9).
La cosa curiosa è che questa è stata la prima storia zagoriana in assoluto disegnata dal buon Marcello, ma pubblicata solo dopo le uscite dei nn. 488/489 (2006), dello Special n. 19 (2007) e del Maxi n. 12 (2009).

Chiudo con un appunto di Moreno Burattini (antecedente alla pubblicazione di questa avventura) in merito al secondo albo della storia, che aveva come titolo di lavorazione Sfida allo Stars Ranch, poi modificato in Sfida Mortale:

Sfida allo Stars Ranch era uno dei titoli che io ho proposto, ma nella rosa delle varie possibilità Decio Canzio ha preferito l’altro. Immagino due possibili motivi: c’è già un titolo con parole inglesi a poca distanza (Snake Canyon) e Zagor non è un fumetto western propriamente detto, mentre la parola "ranch" lo fa assomigliare troppo a Tex (si cerca sempre di non confondere o sovrapporre fra loro le due serie). 
È chiaro che a volte le trame western siano simili fra loro, e anche i titoli alla fine sono perfettamente interscambiabili, però se c’è una scelta con dei buoni titoli e una di queste scelte è senza la parola "ranch", ecco che scatta il meccanismo per cui su Zagor si preferisce quella meno western, così da connotare in senso più ampio e avventuroso la testata. C’è anche da dire che non è sicuro che il ranch della storia si chiamerà davvero "Stars Ranch" (c’è una discussione in proposito)”.

giovedì 10 agosto 2017

Zagor Collezione Storica a Colori: Licantropia! (ZCSC201)


Il duecentunesimo numero in edicola oggi contiene la conclusione dell’avventura di Zagor contro il licantropo di Asher Mills, nonché le prime pagine della storia “Huron Lake”.



PLENILUNIO

Terence Clemons, un maestro di scuola vecchio amico del dottor Metrevelic ed esperto di ipnotismo, chiede il suo aiuto e quello di Zagor e Cico per risolvere il mistero delle morti inquietanti che si susseguono ad Asher Mill, un villaggio isolato tra le montagne. Le vittime (una ragazza di nome Drew e Darius, l’aiutante del fattore Jonhatan) sembrano state dilaniate da una belva feroce, qualcuno dice che il colpevole sia un licantropo! Nel paese regna il terrore, nell’attesa dell’imminente notte di luna piena...
Seguendo le tracce del licantropo, fuggito nella foresta dopo aver ucciso il reverendo Stone ed essere stato ferito da Zagor con una croce d’argento, lo Spirito con la Scure giunge a una capanna in una radura fra gli alberi, dove sembra essere nascosta la chiave del mistero. È la dimora di tre rissosi e giganteschi gemelli taglialegna: Louis, Matt e Derek Rhodan, uno dei quali, Matt, ha sul corpo i segni del precedente combattimento di Zagor con il licantropo!
Ma il licantropo appare all’improvviso e li uccide tutti e tre, rimanendo a sua volta ferito mortalmente da un pugnale d’argento forgiato da Zagor. Trovato il corpo del mostro, Zagor scopre che trattasi del fattore Jonhatan.
Ma davvero la minaccia del licantropo è svanita quando la lama d’argento impugnata da Zagor è riuscita a ucciderlo? Quella notte appare in sogno a Zagor Tawar, lo stregone dei Tunican morto nella storia L’assassino di Darkwood, che gli rivela che “uno è l’ululato ma molti sono i lupi” e gli suggerisce di cercare “qualcuno che gli insegni a leggere i segni”… Quindi i licantropi sono più di uno: Matt Rhodan, il fattore Johnatan e…? Inoltre, gli uomini lupo davano l’impressione di colpire delle vittime precise, quasi che dietro esistesse un unico e preciso “mandante”…
L’intuizione risolutiva la trova il dott. Metrevelic: ad Asher Mill l’unica persona che “insegna a leggere i segni” può essere solamente il prof. Clemons! Questi, vistosi scoperto, lancia un comando ipnotico all’ultimo licantropo: Martin, il ragazzo di Drew, una delle prime vittime, che si trasforma ed inizia a lottare con Zagor, finché entrambi finiscono in un impetuoso torrente. Zagor riesce a salvarsi mentre il licantropo cade da un’alta cascata.
Nel frattempo, il prof. Clemons tenta la fuga ma rimane impigliato in una tagliola che gli recide una grossa vena; prima di morire egli rivela che, ossessionato dalla licantropia, era riuscito a creare un siero in grado di indurre la trasformazione degli uomini in lupi, con l’azione combinata di un “catalizzatore” sotto forma di pastiglia e dei raggi della luna piena che influivano sul siero.
Grazie poi alle sue capacità di ipnotista, controllava i licantropi. Ma uno di questi, sfuggito al controllo, aveva ucciso Darius, aiutante di Jonhatan. Gli abitanti di Asher Mill erano ricorsi proprio a lui perché li liberasse dalla maledizione ed egli si era visto costretto, per non suscitare sospetti, a chiedere l’aiuto di Metrevelic.
La storia ha, comunque, un parziale lieto fine perché si scopre che il giovane Martin è sopravvissuto alla caduta dalla cascata e – non prendendo le pastiglie “catalizzatrici” – non si trasformerà più in un uomo lupo.


Avventura coinvolgente e dal ritmo serrato, che vede il ritorno di un tema fantastico che da sempre mi appassiona (vedi ad es. questo mio articolo): la licantropia.
Qui Moreno Burattini, da buon razionalista, imposta la storia in modo tale che – alla fine – la spiegazione delle trasformazioni non abbia solo connotati horror ma anche una base (pseudo)scientifica. Ciò tuttavia non va ad inficiare il senso di meraviglioso che permea, comunque, tutta la narrazione, ricca di alcuni notevoli cliffhanger e di un forte alone di mistero che circonda l’identità del licantropo (che si scoprirà essere più d’uno). 
Ottimo il prologo colmo di tensione, che riesce a creare la giusta atmosfera di orrore incombente, cui fa seguito una bella e lunga gag tutta dedicata a Cico, lasciato da Zagor senza soldi in una cittadina (Damirburg: un evidente omaggio al mio amico croato Damir Zovko, grande appassionato zagoriano) dove ne combina una delle sue, botte finali comprese!
La sceneggiatura prosegue poi con coerenza narrativa e con la presenza sulla scena di uno Zagor molto nolittiano (un dialogo da applauso: “Ma... Che cosa pensa di fare? Non ce la farà mai!”, “Aspettate a dirlo, dottore! Lui è Zagor!”).
Troviamo anche un bel paio di flashback sul vampiro Rakosi e sull’uomo lupo Dott. Stubb, che ci ricordano due bellissime avventure del passato. Anche diversi rimandi a personaggi e ad altri episodi del passato (L’inferno dei vivi, Tawar, Mister Mister, Hellingen) sono pienamente coerenti all’interno del corpus della narrazione.
Mi è parsa molto coinvolgente e significativa la scena dei cittadini di Asher Mill che accolgono con rispetto reverenziale coloro che sono venuti a salvarli dal licantropo; così come appassionante il primo scontro di Zagor con il licantropo all’interno del campanile…
Burattini conferma, inoltre, la sua notevole capacità di narrare vicende in cui pone il lettore nella condizione di poter intuire quale potrebbe essere la possibile soluzione finale, ma nel contempo gli lascia pensare che quello che “appare” possibile in realtà potrebbe svilupparsi in tutt’altra maniera. Naturalmente questa capacità di creare mistero e tensione mette l’autore nella necessità di arrivare poi ad un finale che deve essere all’altezza delle aspettative.
 Devo dire che questa volta Burattini vi è pienamente riuscito: tutti i nodi vengono sciolti in modo preciso, anche se qualcuno – come al solito – si lamenterà delle “lunghe” spiegazioni finali… A mio parere sono comunque tutte necessarie e conferiscono al lettore i giusti parametri per inquadrare sia dal punto di vista motivazionale che cronologico l’intera vicenda.
Insomma, proprio una bella storia. Emozionante, avventurosa, misteriosa e coinvolgente.



              Voglio ora spendere due parole sul disegnatore esordiente, il siciliano Joevito Nuccio.
Devo dire, innanzitutto, che Joevito è un amico. È il primo forumista di SCLS che ho conosciuto di persona (v. qui) e si può dire che incarna il sogno realizzato di qualunque appassionato zagoriano: essere riuscito ad entrare a far parte della squadra degli autori dello Spirito con la Scure. Vi lascio quindi immaginare la mia emozione quando ho potuto vedere finalmente pubblicati i suoi bellissimi disegni!
 Tra l’altro, egli è l’unico dei disegnatori dell’ultima generazione a non essere passato da nessun albo “di prova” (come spesso è stata utilizzata, ad es., la collana Almanacchi), ma ha esordito subito sulla serie ammiraglia: e ciò è sicuramente un gran titolo di merito.
I suoi disegni, che all’inizio sembrano un po’ “acerbi”, dopo le prime pagine decollano letteralmente, rendendo la sua performance decisamente convincente. Le atmosfere misteriose ed horror della storia prendono vita attraverso le sue matite e le sue chine, con fisionomie classiche ed un dinamismo che ricordano, sì, Gallieno Ferri, ma che fanno affiorare anche il tratto di un disegnatore nuovo, moderno, tridimensionale, capace di bucare la pagina con prospettive ed espressività, con inquadrature ardite e ipercinetiche, con ambientazioni curate e particolareggiate.
Bravo Joevito! Continua così!

Ed ecco le consuete “osservazioni sulla storia” di Moreno Burattini tratte dalle pagine del Forum SCLS del 2010.

In merito all’utilizzo del sistema del “pendolino”, mutuato dalla storia Il ritorno del vampiro, e sul fatto che proprio Zagor e Cico siano stati convocati ad Asher Mill per combattere il licantropo:

A proposito del pendolino, spero non sia sfuggito a nessuno che, in realtà, il mio recupero dell’espediente serve per chiarire una volta per tutte che Cico non ha nessun particolare potere di "radioestesista". Per caso, per fortuna, o per gli influssi degli astri, ne manifestò nella storia di Castelli, ma poi è tornato (o è sempre stato) un uomo normale. Questo perché se Cico avesse quei poteri, potrebbe usarli ogni volta e trovare subito dove si nascono i nemici di turno: Ylenia, il Mutante, Mortimer non avrebbero scampo. Meglio chiarire che il caso del ritorno del vampiro fu un’eccezione! In più, l’idea è servita per sorprendere un po’ i lettori: tutti avrebbero immaginato che fosse stato Zagor il convocato per risolvere il mistero, invece è Cico.
Del resto, Metrevelic non poteva non ricordare che Cico era stato utile nel caso del vampiro e, saputo del pericolo ad Asher Mill, non poteva non pensare che il messicano avrebbe potuto essere utile di nuovo.
Ne approfitto anche per chiarire qualche dubbio sul perché Zagor e Cico arrivino un po’ come "salvatori" del paese agli occhi della gente. Non è così strano, anzi, è del tutto logico. Se io sono il dottor Metrevelic e ho vissuto delle esperienze incredibili come quelle dei ripetuti scontri con dei vampiri, e ho degli amici che hanno lottato anche contro un licantropo, perché non dovrei dirlo scrivendo o parlando con un altro mio amico molto interessato alle leggende sull’Uomo Lupo? Anzi, lo racconterei con molta enfasi, così come uno scampato a un disastro aereo racconterebbe agli amici la propria esperienza (ho per l’appunto un amico che ne ha fatta una del genere e non solo me l’ha raccontata, ma io la racconto ai miei amici se capita di parlare di argomenti del genere).
E in un piccolo paese senza televisione, isolato fra le montagne, se un personaggio come Clemons avesse riferito una volta a uno dei popolani il racconto di Metrevelic, è logico che questo racconto sarebbe passato di bocca in bocca nelle veglie serali attorno al fuoco (chi non lo crede, è perché non ha coscienza di che cosa erano le veglie serali attorno al fuoco nei mesi invernali nei paesi di montagna, prima dell’avvento della televisione). Nei racconti, poi, ciò che si narra assume inevitabilmente un tono di leggenda e nella fantasia di tutti i fatti si ingigantiscono. E quando poi un Uomo Lupo arriva davvero a minacciare la collettività, a tutti viene in mente quel racconto di quella volta in cui un amico di un amico aveva risolto un caso simile. E soprattutto può venire in mente a Clemons, che ha contatto diretto con Metrevelic. E addirittura, può venire in mentre a Metrevelic stesso che propone allo stesso Clemons di invitare Zagor e Cico per cercare di essere d’aiuto.
Mi pare tutto non solo logico, ma quasi inevitabile, al punto che sarebbe stato più illogico che Zagor e Cico, con i loro precedenti, non fossero stati invitati. Mi immagino il popolano che dice a Clemons: qui abbiamo un Uomo Lupo, perché non scrivete a quel vostro amico dottore che ha affrontato i vampiri e che conosce quelli che hanno ucciso una volta un licantropo? E Clemons: ma no, ma perché volete disturbare la gente? Cerchiamo di cavarcela da soli. E gli altri: ma sì, avete ragione, che sarà mai un Uomo Lupo.
Dato che un dialogo del genere sarebbe stato assurdo, Cico e Zagor arrivano. È ovvio che la gente impaurita dal mostro li guardi con speranza e con rispetto: non solo sono quelli di cui hanno favoleggiato nelle loro veglie, ma sono anche le loro uniche speranze.
Secondo me, tutto ciò ha perfettamente senso”.

Ad un forumista che scriveva di avere apprezzato il dialogo colto tra il prof. Metrevelic e il prof. Clemons, Moreno rispondeva:

Personalmente, mi piacciono le dissertazioni "colte" fra i personaggi di un fumetto o di un romanzo o di un film che approfondiscono le tematiche della storia. Un esempio su tutti, i dialoghi fra Leigh Teabing e Robert Langdon nel "Codice da Vinci". Ma potrei continuare rammentando "Il nome della Rosa", o, in tutt’altro ambito letterario, le fantastiche dissertazioni su arte e filosofia nell’"Eleganza del riccio". Nella saga zagoriana, gli esempi non si contano: nella prima storia haitiana Tullius erudisce lo Spirito con la Scure sull’origine del Vudu, e nella storia dei samurai, mister Ferguson fa una conferenza sugli usi e costumi del Giappone, e così via. Nolitta, in Mister No, dedica pagine e pagine all’approfondimento dell’antropologia culturale sudamericana.
Concluderò citando il mio amato Isaac Asimov, che ha scritto addirittura un intero racconto, "Biliardo darwiniano", in cui i protagonisti non fanno altro che parlare fra loro (non succede assolutamente niente) ma che conversazione affascinante (e che finale inquietante)”.

Durante la lavorazione della storia, il nome del maestro di scuola di Asher Mill era Clarence Clemons (poi cambiato in “Terence” in sede di pubblicazione). A chi gli chiedeva se la sua fonte di ispirazione fosse l’omonimo sassofonista statunitense, noto per essere stato collaboratore di Bruce Springsteen, Moreno spiegava divertito:

Eh... è presto detto.
Cercavo un nome che suonasse bene per uno dei protagonisti della storia di Joevito. Di solito prendo il Dizionario dei Film e cerco dei nomi e cognomi di attori, oppure libri di storia con in appendice l’indice dei nomi citati. In quel caso avevo sottomano la custodia di un CD di Zucchero che stavo ascoltando in quel momento e mi cade l’occhio sull’elenco dei nomi dei musicisti. Vedo che c’è un sassofonista di nome Clarence Clemons. Mi sono detto: “Che bel nome! È ciò che mi serve!” Poi scopro da Joevito che trattasi di personaggio celeberrimo perché collaboratore di Bruce Springsteen, una sorta di mito vivente. È ovvio a questo punto che il nostro Clarence Clemons ha cambiato nome.
PS - Tutto ciò non significa che io non sia springsteeniano. Anzi, quando ho sentito qualche pezzo alla radio o in casa d’altri l’ho apprezzato molto. Non più di un mese fa, su dai grafici ascoltavano un CD recente in cui sembrava che il boss suonasse musica celtica o irlandese e non rock. Il fatto è che non si possono comprare tutti i CD che escono, per cui si fanno delle scelte, e le scelte si fanno sulla base dei propri gusti, e i miei gusti prediligono la musica italiana. Però, e qui sta la differenza fra me e i rockettari, se qualcuno mi dice: “Ascolta Springsteen!” o: “Ascolta i Van Halen!” o: “Ascolta i Deep Purple!”, io prendo il CD e ascolto e apprezzo, e se mi si spiega in che cosa consiste la bellezza di un pezzo o la bravura di un interprete io apprezzo ancora di più e mi lascio guidare e consigliare. Se però io, anche per contraccambiare, propongo viceversa agli altri: “Ascolta i Pooh! Ascolta Ruggeri! Ascolta Vecchioni! Ascolta Tozzi!” gli altri mi guardano disgustati e non mi rivolgono più la parola.
PPS - Ho usato l’espressione “comprare un CD”. Quando sono tornato in redazione, qualche settimana fa, con il nuovo CD di Max Pezzali, Mirko Perniola che era qui mi ha guardato sbigottito e mi ha detto: “Sei commovente, l’ultimo al mondo che compra i CD”. Pare infatti che nessuno lo faccia più e che tutti scarichino da Internet”.

Alla domanda se la scelta di non far sbranare Clemons dai lupi fosse stabilita sin dall’inizio o se si trattasse di un’illuminazione nata in corso d’opera, Burattini rispondeva:

La scelta di non far sbranare Clemons è stata una illuminazione in corso d’opera, che mi è parsa ottimale per fare in modo che i lupi fossero in qualche modo strumento del destino (sono loro che spingono il maestro verso la tagliola) ma al tempo stesso non sembrassero più belve dell’assassino che puniscono. Mi pare che la soluzione funzioni”.

A due domande sul personaggio di Matt Rhodan, e cioè se lui fosse consapevole di essere un uomo lupo e sul perché – quando viene aggredito dal licantropo/Jonhatan – egli dice “Non puoi…”, Moreno chiariva:

Secondo me, quando è stato ipnotizzato, Matt ha ricevuto precise istruzioni di dimenticare e di cercare scuse il più possibile plausibili per giustificare assenze e stranezze rispondendo a eventuali domande in proposito. Clemons potrebbe aver suggerito alcune spiegazioni possibili, come quella di un incidente da bambino per giustificare la presenza di eventuali cicatrici. Tuttavia, inconsciamente, Matt sa che c’è un legame fra lui e l’uomo lupo, fra lui e la luna.
Non ho spiegato il motivo della frase di Matt a Jonhatan perché ogni lettore può dare una sua interpretazione e qualunque cosa avessero supposto Zagor o Metrevelic avrebbe potuto essere solo una congettura (nessuno potrebbe dire con certezza che cosa stesse pensando Matt). Però, è chiaro che Matt percepisce istintivamente una duplice verità: lui e il mostro hanno qualcosa in comune, ma al tempo stesso non c’è niente da fare (inconsciamente SA che la furia del Licantropo non lascia scampo). Per questo si rassegna a farsi uccidere. Io, almeno, la vedo così”.

Anche se non specificatamente attinente a questa storia, mi sembra importante riportare l’interessante risposta di Burattini a un forumista che gli poneva le seguenti domande sul suo modo di gestire una sceneggiatura:
1) Tu fissi il disegno in una striscia, descrivi l’ambiente con i personaggi e detti un testo ben preciso. Immagino poi che questo plico con la sceneggiatura lo darai al disegnatore e tu conoscendolo, sarai più prolisso o meno a seconda di come sai che ti interpreterà.
2) Quanto il disegnatore può permettersi di modificare la divisione della tavola in vignette o il testo?
3) Il testo deve essere rispettato sempre e in modo letterale?
4) Per una storia esistono dei “modelli” di lunghezza? Se sì, quali sono? Mi spiego meglio: sai già quanto la storia deve essere lunga in tavole e quindi adegui la narrazione a quello oppure vai a ruota libera e quando finisce, finisce (a parte quando deve concludersi fisicamente con la fine dell’albo)?

Eccomi alle risposte.
1) Effettivamente a volte sono più dettagliato a volte meno, non solo sulla base del talento del disegnatore (è chiaro che se so che certe scene potrebbero essere più problematiche per qualcuno, cerco di spiegarle meglio, mentre se sono convinto che chi disegna vada sul velluto sono molto essenziale) ma anche sulla base della difficoltà della scena da illustrare. Se si tratta solo di far camminare Zagor e Cico nella foresta, non devo spiegare nulla di particolare, basta invitare il disegnatore a rifarsi a mille esempi già visti per capire il tipo di ambientazione. Se si tratta di descrivere un ambiente nuovo (come per esempio il porto del Callao a Lima dove Zagor è sbarcato in una storia che sto scrivendo adesso) sono enciclopedico nella descrizione e nella documentazione. Sono più attento con i nuovi disegnatori e più rilassato con quelli già rodati, com’è logico.
2) Il disegnatore in teoria non può permettersi di cambiare la divisione in vignette né tantomeno il dialogo, però se nota un evidente errore in un balloon o ha un’idea per migliorare la scansione della scena mi può chiamare e suggerire una modifica, dato che tutti lavoriamo al miglior risultato possibile. Certo che se io scrivo che servono sei vignette e me ne ritrovo quattro, se chiedo un campo lungo e trovo un primo piano, non va bene: a ciascuno il suo lavoro!
3) Sempre, sì. In modo letterale, no. Si cerca di collaborare per ottenere il meglio, ognuno secondo il suo talento. Io suggerisco una scena, una inquadratura, a volte soltanto una situazione: il disegnatore è chiamato a capire il senso più che la lettera della scena. A me fa piacere se un disegnatore è coinvolto nel racconto e si sente, dal modo in cui lo interpreta, che ci mette del suo. Ma di "interpretazione" si tratta, appunto. Come un cantante che interpreta una canzone: si rispetta un testo, uno spartito, ma quanta differenza tra un interprete e un altro!
4) I modelli di lunghezza sono un albo di 94 pagine (per esempio, un Almanacco); un albo di 160 pagine (lo Speciale); 188 pagine = 2 albi; poi tre albi o quattro se proprio è una storiona. Per il Maxi abbiamo deciso di non fare più storie di 318 ma di limitarci a 286 (o meno, scendendo per sedicesimi). In genere cerchiamo di stare in questi limiti. Poi, se alcune storie particolari necessitano lunghezze spurie (due albi e mezzo, tre albi e mezzo) se ne può parlare. Ovviamente la lunghezza di una sceneggiatura deve essere commisurata agli eventi previsti dal soggetto. Non si possono far stare in 94 pagine gli eventi di "Odissea Americana", non si possono dilatare in quattro albi i fatti di Indian Circus (se restano solo quelli). In genere non vado a ruota libera, cerco di attenermi ai limiti, e soprattutto cerco di rispettare un mio "metronomo" interiore e suonare "a tempo" sulla base del ritmo di Zagor, per cui senza allungare il brodo o senza singhiozzi sincopati.
Poi, se nuove idee che mi sono venute o esigenze narrative particolari mi fanno capire che non posso stare in due albi o tre albi esatti, decido di allungare (se ci sono i tempi e per il bene della storia)”.

Rimanendo in tema di sceneggiature, chiudo con questa “chicca” (sempre ad opera di Moreno Burattini).

Visto che nell’albo Plenilunio è piaciuta a qualcuno la scena del campanile, ecco la mia sceneggiatura originale (prima di successivi ritocchi e aggiustamenti), la sceneggiatura insomma che ha avuto in mano Joevito (e che potrete confrontare con quella pubblicata)”.

TAVOLA 90
Vignetta 1\2
Striscia. Zagor ha fatto un passo in più dentro il campanile e cambiando inquadratura vediamo il mostro alle sue spalle. Zagor se ne accorge in questo istante, e muove per ora solo gli occhi o appena la testa per voltarsi a vedere chi c’è dietro. Il mostro è in penombra con il volto e il busto, zanne e occhi che brillano nel buio, e in luce con il resto del corpo.
Sonoro: RRRGGH.
ZAGOR - ?
Vignetta 3
Busto dell’Uomo Lupo adesso visibile, denti scoperti, posa ringhiante e minacciosa!
UOMO LUPO - AAUURRGGH!
Vignetta 4
Controcampo. Soggettiva dell’uomo lupo.
Busto di Zagor che finisce di voltarsi e sgrana gli occhi!
ZAGOR - Per tutti i tamburi di Darkwood!
Vignetta 5/6
Striscia.
Artigliata dell’uomo lupo che va a vuoto perché Zagor schiva appena in tempo, con un guizzo felino! Scena dinamica quanto più puoi. Sonoro: SWIIISS.
UOMO LUPO - GROOOWWWWL!
ZAGOR - !

====

TAVOLA 91
Vignetta 1
Secondo tentativo dell’Uomo Lupo, seconda spettacolare schivata di Zagor.
Sonoro: SWISS.
UOMO LUPO - AUURGH!
Vignetta 2
Zagor passa al contrattacco colpendo con la scure l’Uomo Lupo, che ringhia di dolore ma non sembra messo in difficoltà.
Sonoro: TUMP.
UOMO LUPO - UUURRGGH!
Vignetta 3\4
Striscia. Ruotandosi dopo essere stato colpito, e facendolo con velocità, l’Uomo Lupo colpisce con un’artigliata la scure di Zagor, facendola volare via. Sorpresa sul volto di Zagor.
UOMO LUPO - GROOWWWL!
ZAGOR - !
Vignetta 5
L’Uomo Lupo, senza perdere tempo, si lancia su Zagor che guarda la corda della campana in posizione tale da poter essere usata per aggrapparsi. Guarda cosa succede nella vignetta dopo e nella prossima tavola e cerca di rendere con efficacia questo movimento: il mostro vuole afferrare Zagor saltandogli addosso e Zagor lo precede balzando ad afferrare la corda con cui si sottrae alla cattura. Questa vignetta 5 e la prossima 6 devo raccontare questa cosa.
UOMO LUPO - AUURGH!
Vignetta 6
L’Uomo Lupo cerca di afferrare Zagor che però con un balzo si sottrae alla presa aggrappandosi alla corda della campana come se fosse una liana.
UOMO LUPO - !

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TAVOLA 92
Vignetta 1
Cima del campanile. La campana suona.
Sonoro: DOOONG.
Nessun balloon, nessuna didascalia.
Vignetta 2
L’uomo Lupo allunga un braccio per afferrare Zagor che però colpisce una parete con i piedi e rimbalza appeso alla corda cambiando direzione.
Sonoro: TUMP.
UOMO LUPO - !
Vignetta 3\4
Interno del campanile.
Inquadratura dal basso. Il mostro ruota il busto e/o alza la testa vedendo Zagor girargli attorno appeso alla corda, rabbioso come King Kong contro gli aerei che li volano attorno quando è sull’Empire State Building. Vediamo la scala a pioli con cui si sale in cime al campanile a portata di mano del mostro.
UOMO LUPO - GROWWLL!
Vignetta 5
Il mostro afferra con due mani la scala a pioli interna al campanile.
UOMO LUPO - UURGH!
Vignetta 6
Scena spettacolare dell’Uomo Lupo che con la scala mobile colpisce al volo Zagor sulla schiena!
Sonoro: THUD.
ZAGOR - NNGH!

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TAVOLA 93
Vignetta 1
Zagor cade a terra dolorante!
Sonoro: TUMP.
ZAGOR - AH!
Vignetta 2
Zagor vede l’Uomo Lupo alzare la scala per colpirlo con quella, come si farebbe con una mosca avendo lo scacciamosche.
UOMO LUPO - AUURGH!
ZAGOR - !
Vignetta 3\4
Striscia. Zagor si rotola o si tuffa appena in tempo evitando la scala che si sfascia al suolo colpendo là dove lui era fino a un momento prima.
Sonoro: CRAASH.
ZAGOR - Per mille scalpi!
Vignetta 5
Zagor riesce a impugnare la pistola, stando a terra con la schiena al termine della rotolata.
ZAGOR - !
Vignetta 6
Zagor da terra spara due colpi contro l’Uomo Lupo, colpi che feriscono l’Uomo Lupo nell’addome.
L’Uomo Lupo geme ma non crolla, ovviamente!
Sonoro: BANG BANG.
UOMO LUPO - UURRGGH!

giovedì 3 agosto 2017

Zagor Collezione Storica a Colori: Terrore nella foresta (ZCSC200)


Il duecentesimo numero in edicola oggi contiene la conclusione dell’avventura di Zagor con i Comanches, la storia completa “Mostri!”, nonché l’inizio della storia “Plenilunio”.



OMBRE NELLA FORESTA

Dopo un prologo ambientato a Philadelphia e slegato dalla vicenda principale, nel quale Zagor riesce a sventare una truffa a danno di una facoltosa vedova messa in atto da Jonhatan Clark (l’uomo che aveva spinto Zagor e Cico nella trappola ordita da Mortimer ad Haiti), malmenandolo e consegnandolo alla giustizia, inizia la storia vera e propria.
Nella foresta di Darkwood, nei pressi del villaggio di Frame Cross, si aggirano terrificanti creature dal corpo deforme, che impauriscono i Penobscot e sembrano essere responsabili di alcuni efferati omicidi. Chi sono? E perché l’enigmatico mister Sterling dà loro la caccia?
Alla vicenda di Zagor che è impegnato a dare una risposta a queste domande, si affianca quella del dottor Sand alla ricerca di Tabitha, la donna indiana di cui è innamorato, rapita da due banditi. Le loro strade si intersecheranno con quelle di altri personaggi e soprattutto avranno entrambi a che fare con gli strani “esseri mostruosi” che altro non sono che persone sfortunate affette da devastanti malattie e malformazioni: quelli che vengono comunemente definiti freaks.
Scopriamo che è stato il bieco mister Sterling a raccogliere questi individui deformi per mostrarli nel suo piccolo circo, trattandoli in modo disumano, privandoli del cibo e frustandoli, addirittura sfigurando con l’acido dei poveri orfani pur di renderli dei “mostri”. L’unico fedele a Sterling è Polifemo, un uomo affetto da gigantismo, colui che è responsabile degli omicidi.
I freaks sono riusciti a sfuggire al controllo del loro aguzzino proprio a Darkwood ed era per questo motivo che Sterling era alla loro ricerca. La maggior parte di loro muore nella foresta, ma tre di essi (Bark, Benny e Lenny) sono ancora fuggiaschi.
Dopo mille peripezie Zagor si trova ad affrontare Sterling e Polifemo: quest’ultimo muore accidentalmente per colpa del suo padrone, mentre Sterling viene investito dall’acido che lo rende simile proprio ai freaks che sfruttava.
Mentre si risolvono anche altre sottotrame (in particolare quella di Tabitha e del dott. Sand), i tre freaks sopravvissuti vengono accolti nella tribù dei Penobscot dove potranno trascorrere una vita serena.

Questa è, a mio parere, una delle più belle storie scritte da Moreno Burattini.
La lunghezza è sempre stata una caratteristica vincente delle migliori storie nolittiane e di molte altre avventure scritte dai suoi successori. Per fortuna, non sempre è così: pure molti racconti brevi sono rimasti nel cuore degli appassionati, e credo sia proprio il caso anche di questa avventura.
Storia molto toccante, narrata con delicatezza, tutta giocata sulle psicologie e sui drammi dei personaggi, con elementi di mistero nella prima parte e con una soluzione liberatoria ed appagante nella seconda, quando i cattivi raccolgono quello che hanno mietuto e i buoni raggiungono la meritata serenità.
Molto bella l’introduzione dell’avventura a Philadelphia, molto nolittiana. Poi la vicenda si sviluppa con tanti spunti e tanti personaggi di contorno che accrescono l’attesa ed il senso di minaccia incombente e oltremodo “soprannaturale” (e qui, secondo me, Burattini ha volutamente, messo in relazione una prima parte in cui il soprannaturale è mistificazione ed una seconda parte in cui il soprannaturale viene percepito come “reale”, anche se poi scopriremo che trattasi di tutt’altro).
Lo sceneggiatore è infatti abile nel fuorviare il lettore facendogli credere di essere in presenza di esseri mostruosi e violenti: si tratta invece di persone sfortunate, perseguitate e schiavizzate.
Il tema dei “diversi” è trattato con grande rispetto ed umanità e ottimamente calato nella struttura avventurosa della storia. Veramente delicate e toccanti le scene di Cico con i due ragazzi pinheads, che lo abbracciano come se fosse il loro papà, che fa da contraltare alla scena (da stringere il cuore!) della “vendita” del “ragazzo albero” da parte del genitore...
Nonostante ciò, la vicenda non scivola mai nel patetico: non solo i cattivi ricorrono alla violenza, ma anche una persona “normale” come Bancroft è capace di compiere la propria vendetta con freddezza. La beffarda fine di mister Sterling, poi, è una punizione ampiamente meritata, più che non una “semplice” morte.
Dopo la precedente prova un po’ altalenante (ne Il segno del Male), qui i disegni di Gallieno Ferri tornano alla loro piena espressività: il dinamismo che riesce a infondere a Zagor, la completezza degli sfondi e l’atmosfera tenebrosa che permea questa storia sono davvero straordinari.

Concludiamo con le “osservazioni alla storia” di Moreno Burattini tratte dal Forum SCLS.
 
Ad un forumista che, pur avendo letto la sola prima parte, affermava di considerare questa storia come una delle più belle degli ultimi dieci anni e chiedeva a Moreno se anche lui la pensasse così, rispondeva:
 
La cosa che più mi ha felicemente sorpreso sono stati gli apprezzamenti di Sergio Bonelli dopo la lettura della seconda parte da poco inviata alla stampa; sinceramente ero molto dubbioso al momento di fargliela leggere per vari motivi che ti saranno chiari al termine dell'avventura (ci sono due o tre tasti delicati che spero di aver toccato con la dovuta cautela); quando ho creduto di aver scritto qualcosa di notevole (vedi Zagor contro Mortimer o Un capestro per Gambit) sono poi stato smentito dai giudizi non unanimi in senso positivo dei lettori, mentre storie su cui ero più perplesso siano invece quelle più gradite, per cui il mio giudizio non conta e anzi è fuorviante; credo comunque che alla fine delle 160 pagine circa di "Mostri!" le varie sottotrame trovino tutte un compimento soddisfacente, questo sì”.

Ai complimenti del sottoscritto, Moreno rispondeva:

Sono lieto del tuo apprezzamento perché l’argomento era delicato e ho fatto di tutto per trattarlo con tatto e sensibilità (dubitando fino all’ultimo di esserci riuscito), scegliendo peraltro una storia breve per non sembrare compiaciuto nell’esibire anch’io quel che nella realtà dell’epoca veniva appunto fatto oggetto di esibizione. Questo magari mi costerà le critiche di chi avrebbe preferito maggiore spettacolarità. Credo che lo spettacolo più bello, in questo caso, sia il finale dove anche gli "uomini strani" trovano il loro posto nel mondo”.

In risposta ad altri commenti positivi, Moreno precisava:

Grazie, sono contento di toccare nel profondo, quando ci riesco, e soprattutto sono lieto di spiazzare (due tentativi che cerco di fare ogni volta). Riguardo ai mostri che non sono quelli che ci si poteva aspettare, aggiungerei una annotazione.
L’uomo albero non l’ho inventato io, esiste veramente, e Ferri si è ispirato, con dolore e commozione di fronte alle reali immagini, a delle foto e a dei filmati autentici. Lo stesso vale per i pinheads.
Peraltro, avreste dovuto sentire quante volte Ferri mi ha chiesto dei consigli per riuscire nell’intento, comune a entrambi, di non essere compiaciuti verso le deformità di esseri umani più sfortunati di noi”.

Grazie per i complimenti. Non so se il pathos che ho cercato di usare (e che tu, bontà tua, mi riconosci) basterà a convincere gli antispiegazionisti e i pim-pum-pamisti, forse quattro o cinque pagine di spiegazioni ci sono anche qui, ma non riesco a immaginare se qualcuno potesse preferire che non ci fossero nemmeno quelle. Come non so capire se il dialogo è abbastanza terra terra da non infastidire chi non vuole vedere neppure una parola appena appena più letteraria o desueta. Nolitta diceva "smussare i punti di attrito", a me non sarebbe perdonato e così faccio parlare Zagor in italiano basic per non infastidire nessuno, talvolta però se ci sono personaggi con più cultura o diverso carattere (come Mortimer o un professore o un dottore o un altolocato) mi pare che sia indispensabile differenziare il vocabolario ma cerco di trattenermi, lo faccio il minimo per non scadere proprio nell’omologazione. Spero che il dottor Sand, comunque, non abbia esagerato nei termini medici. Vabbé, non importa, mi sforzo di accontentare tutti anche se temo che sia impossibile. Almeno tu questa volta sei stato accontentato e ne sono contento”.

In merito al prologo ambientato a Philadelphia, ed evidentemente autonomo rispetto alla vicenda principale, Moreno Burattini forniva questi chiarimenti:

Il prologo ha un’origine diversa e scollegata dal resto della storia, ma alla fine mi sembra che il risultato sia non solo accettabile (recupera peraltro una vecchia tradizione nolittiana dei "raccordi" a se stanti fra un’avventura e un’altra, come nel caso di "Smiling Joe" o "Lo squadrone fantasma" o anche "Il colle dei gufi") ma addirittura funzionale e prodromico al seguito della vicenda.
Le cose sono andate così: temevo che l’argomento "freaks" avrebbe creato qualche problema dato che si parla di handicap e si mostrano deformità (non è un problema l’argomento in sé, il problema è nel rischio di venire accusati di "spettacolarizzare" il dolore altrui e far sembrare che ci sia compiacimento nel mostrarlo, finendo per essere accomunati a mister Sterling che lucra sulla sfortuna delle sue vittime). Però, dopo aver letto tanto e visti foto e film mi sono convinto che il fenomeno dei freaks esibiti nei circhi era del tutto storico e faceva parte dell’epoca al pari di tante altre realtà che la serie era andata mostrando e denunciando (lo schiavismo, la sottrazione di terre e di risorse ai pellerossa, le condizioni della manodopera cinese nella costruzione delle ferrovie, la deportazione dei Cherokee, il genocidio dei Seminoles, eccetera). Era, dunque, un argomento da trattare. Questo il primo punto.
Secondo punto. Ferri doveva fare una storia breve, per poi avere il tempo di disegnare lo speciale del Cinquantennale. Mi è venuta in mente l’idea di fargli disegnare una storia per un Almanacco: la cosa sarebbe servita anche per mettere a tacere quelli che sono pregiudizialmente convinti che le storie dell’Almanacco sono di "serie B". Ho chiesto presso le alte sfere se c’era un problema nell’utilizzare Ferri per una storia breve destinata a quella collocazione, e mi hanno detto: assolutamente no. Persino Diso, tanto per restare in tema di Almanacco dell’Avventura, aveva disegnato almanacchi, e persino Civitelli. Dunque, ecco l’ulteriore illuminazione: se avessi affidato a Ferri la storia sui freaks che da tempo mi ronzava intorno, avrei potuto collocare l’argomento fuori della serie regolare e dunque dare meno fiato alle polemiche se ce ne fossero state (essendo meno sotto i riflettori), e allo stesso tempo avrei potuto avere una storia "di serie A" per l’Almanacco, dando a Gallieno il tempo per fare la storia del Cinquantennale. Inoltre, il dottor Sand sarebbe tornato nell’Almanacco dove era comparso la prima volta, lontano dalla collana Zenith, senza "infastidire" troppo i suoi detrattori (incredibile, per me, ma vero, il dottor Sand ha dei detrattori, mi hanno perfino detto, non so chi e non so dove, che qualcuno lo ha proposto per l’elimimazione fisica tramite fucilazione). Dunque, forte di tutte questo considerazioni, "Mostri!" è partita per essere collocata nell’Almanacco.
Avevo, però, un altro problema: Jonathan Clark. Sapevo di dover scrivere una storia con la resa dei conti fra lui e Zagor. Era impossibile che Zagor tornasse a Darkwood e si dimenticasse di Clark. Pensavo di dedicargli una storia il prima possibile. Però, pensandoci meglio, era impossibile anche che cercare Clark non fosse la PRIMA cosa che Zagor avrebbe fatto tornando a Darkwood. La cosa mi angosciava un po’, e già immaginavo di dover mettere all’opera dei velocisti, come Sedioli, o Chiarolla, o i Di Vitto, o Mangiantini, o Della Monica, per realizzare una storia da collocare subito dopo il ritorno a Darkwood, o il più possibile vicino al ritorno a Darkwood, per risolvere la faccenda. D’altro canto, era anche difficile immaginare una storia davvero interessante con un personaggio tutto sommato "minore" come Janathan Clark, un oscuro complice di Mortimer che Zagor si sarebbe bevuto in due minuti. Non mi sembrava un villain in grado di reggere una intera storia da solo, perciò progettavo di intessere la caccia a Clark come sottotrama per un altro racconto.
Però poi le cose girano, e girano tutte insieme, appassionatamente. La storia di Gambit aveva evidentemente bisogno di una lunghezza diversa dai due albi standard. Allo stesso tempo, mi pareva che fosse un peccato mortale tener lontano Ferri dalla serie regolare per tutto il tempo che sarebbe passato tra Stephan e il numero del Cinquantennale: già vedevo la rivolta dei lettori. E, devo dire, anche la storia con i freaks mi sembrava piuttosto ben riuscita: stavamo riuscendo, io e Ferri, a non dare l’impressione di compiacerci della deformità. Dunque: ecco la soluzione a portata di mano!
Avrei unito l’episodio dei Gambit con la storia dei freaks, allungando quest’ultima. E dunque il racconto di Ferri avrebbe riportato Zagor a Darkwood. Ma allora... era l’occasione giusta per risolvere anche il problema di Jonathan Clark! Che bella idea (almeno ai miei occhi): Zagor salda il conto all’avversario ancor prima di rientrare nella sua foresta: non sia mai detto che lo Spirito con la Scure lascia in sospeso certi debiti (o certi crediti, a seconda del punto di vista).
Ecco dunque Ferri chiamato ad aggiungere una sequenza iniziale a "Mostri!". Sequenza insolita, non lo nego, almeno nei tempi recenti: ma perché la nostra serie dovrebbe essere prevedibile? Pazienza per gli ipercritici, mi sono detto, tanto i prevenuti troveranno comunque qualcosa a cui attaccarsi. Mi sono immaginato le critiche: l’episodio di Jonathan Clark sarebbe stato scollegato con il resto; Jonathan Clark avrebbe dovuto essere protagonista di una resa dei conti lunga almeno due albi; è brutto vedere Zagor in città. Mi sono parse critiche ingiuste. Anche i prologhi dei film di 007 sono (il più delle volte) scollegati con il resto; c’erano dei precedenti nolittiani (già citati); e in ogni caso, una tantum si possono fare (anzi si devono fare) anche delle eccezioni. Jonathan Clark è un avversario minore, peraltro neppure un assassino o in gran criminale, solo un truffatore: non c’è motivo di promuoverlo di grado (era in fondo un burattino nelle mani di Mortimer), basta e avanza quel che Zagor gli ha servito come lezione, tirarla di più per le lunghe sarebbe stato più criticabile che risolverla così, secondo me. Anzi, un prologo così alla James Bond avrebbe potuto persino piacere come trovata insolita (non a tutti, ma a molti, e comunque mi pareva di avere argomenti per difenderlo). Quanto a Zagor in città, la sua permanenza si riduce a così poche tavole che solo gli uggiosi avrebbero potuto spazientirsene.
Insomma, dopo aver soppesato i pro e i contro, ho seguito l’istinto e ho detto: si proceda!
L’idea che ho avuto per risolvere il caso Jonathan Clark mi è parsa divertente, nelle corde di Ferri, e significativa. Era un po’ mettere una pulce nell’orecchio del lettore sul resto della storia: si comincia infatti con una atmosfera da mistero ultraterreno (la seduta spiritica, la medium, il vento, la figura incappucciata) e poi si svela che tutto è umano, troppo umano (per citare Nietzsche). Esattamente come nella storia seguente...
Non solo: nella storia "Mostri!", se si esclude il prologo, Zagor entra in azione con la scure in mano solo a metà avventura (non mancano certo i fatti e gli avvenimenti che si intrecciano, ma il nostro eroe non ha occasione di scontri fisici prima di arrivare alla fattoria dei Kincaid). Con il prologo, eccolo sferrare pugni già dopo pochissime tavole. Insomma: l’aggiunta, giovava al racconto!
Così, sono arrivato del tutto soddisfatto alla conclusione e tutti i lettori "eccellenti" che hanno letto la storia prima dell’uscita (Canzio, Marcheselli, Boselli, Bonelli) hanno espresso apprezzamento.
L’unica cosa di cui mi dispiace, è che l’Almanacco è restato senza Ferri.
Ma non si può avere tutto dalla vita…”.

Infine, alcuni appunti in merito alle fonti di ispirazione della storia:

Il proposito di dedicare un racconto ai fenomeni da baraccone mi è venuto dopo aver visto in libreria un saggio intitolato "I veri mostri", di C.J.S. Thompson, nell’edizione degli Oscar Mondadori, con in copertina il ritratto di una nobildonna completamente coperta di peli, figlia di non so quale principe o duca. In due sere il libro era letto e la decisione di scrivere "Mostri!" era presa.
Quindi ho cominciato a documentarmi con altri libri. Uno dei fondamentali è stato "Freaks: lo sfruttamento delle anomalie fisiche nei circhi e negli spettacoli itineranti", edizioni Logos, che raccoglie le più incredibili fotografie d’epoca della collezione del giapponese Akimitsu Naruyama. Alcune delle foto ritraevano degli attori del film di Tod Browning "Freaks", che aveva usato dei freaks autentici. Dunque ho comprato (non senza qualche difficoltà) questo DVD e l’ho visto, apprezzandolo molto. Ho anche recuperato e rivisto "The Elephant Man", il film del 1980 diretto da David Lynch.
Il film del 1932 di Tod Browning è stato soltanto un tassello nell’insieme delle fonti. Chiunque abbia visto "Freaks" sa che la storia del film non ha niente a che vedere con quella che ho raccontato su Zagor, dato che il film di Browning racconta una vicenda di amore e tradimenti fra artisti di un vero e proprio circo (con trapezisti e uomini forzuti, pagliacci e ballerine), e non c’è nessun freak maltrattato o che fugge.
Casomai, la mia storia è più debitrice verso "The Elephant Man". Ma nell’intento di differenziarmi dal pietoso caso di John Merrick (questo il nome del vero Uomo Elefante) ho cercato a lungo un altro tipo di malformazione e l’ho trovata vedendo su "Focus" le foto dell’Uomo Albero. Mi sono documentato sulla patologia che forma escrescenze sulla mani e sui piedi e ho deciso che, se avessi saputo raccontare la cosa in modo nolittiano, e dunque senza compiacimento nel mostrare la deformità, avrei potuto provarci.
Le uniche cose che ho dovuto tagliare sono appunto il prezzo che volentieri ho pagato alla lezione di Nolitta: chi guardi le foto di Akimitsu Naruyama o veda "Freaks" si rende conto di quanto potesse essere facile suscitare emozioni sconvolgendo, compiacendosi delle malformazioni dei più sfortunati (da notare che "Freaks" è comunque un film "delicato" e non cade nelle tentazione dell’orripilante esibito al disgusto altrui). Ho evitato i freaks più sconvolgenti e mi sono attenuto a una storia zagoriana. Ho parlato spesso con Ferri del problema di come disegnare i "mostri" e lui ha capito subito come procedere”.